Intervista esclusiva: Javier Martínez, l’attore emergente da tenere d’occhio
- La rédaction

- 17 giu
- Tempo di lettura: 6 min

Dopo un primo articolo dedicato al suo percorso, Javier Martìnez ha accettato di raccontarsi a ETUU in un’intervista esclusiva. Da ingegnere chimico ad attore, Javier Martínez costruisce da diversi anni un percorso artistico sensibile e profondamente incarnato. Tra teatro e cinema, ha sviluppato una cifra interpretativa segnata dalla precisione, dall’intensità emotiva e da un minuzioso lavoro di composizione del personaggio.
Mentre il Festival di Cannes si avvia alla conclusione e gli sguardi si posano sui talenti destinati a plasmare il cinema di domani, Javier Martínez si impone come uno dei volti emergenti da seguire con attenzione. Pur non provenendo da una famiglia di artisti, è sempre stato attratto da tutto ciò che appartiene all’universo della creazione: il canto, la danza, la pittura, il lavoro manuale, perfino la cucina. Ciò che più lo affascina in queste discipline è la possibilità di condividere con gli altri la gioia del gesto creativo. Eppure, nonostante questa naturale inclinazione verso il mondo dell’arte, Javier sceglie inizialmente una strada più convenzionale, orientandosi verso l’ingegneria chimica. Gli anni passano, ma il desiderio di recitare non lo abbandona; al contrario, si fa sempre più urgente. Due eventi decisivi gli rivelano che salire sul palcoscenico non rappresenta soltanto un desiderio, ma un’esigenza vitale.
«Finché riuscirò a suscitare un'emozione sincera in qualcuno, avrò la sensazione di essere esattamente al mio posto.» Javier Martínez
Il richiamo della scena
Come un’immagine che continua ad affiorare alla memoria, una fragranza che resta impressa o un ricordo sfumato ma persistente, per Javier «il richiamo dell’interpretazione era sempre lì, potente e costante».
Quel richiamo si manifesta in diverse occasioni, ma una sera assume contorni nuovi. Javier assiste a uno spettacolo, come aveva fatto tante altre volte. Eppure, qualcosa cambia. Qualcosa si rivela. «Ho assistito a una rappresentazione del musical Cabaret a Vitoria. Ne sono rimasto profondamente scosso. Ricordo di aver avuto le lacrime agli occhi. In quell’istante ho capito che volevo essere sul palco, vivere tutto questo dall’interno.»
È allora che decide di ascoltare quella voce che da tempo lo accompagna. «Un giorno ho scelto di dare ascolto a questa passione e mi sono iscritto a una scuola di teatro e cinema a Vitoria. Fin dalla prima lezione ho capito di essere esattamente dove dovevo essere.»
Da quel momento conduce una doppia esistenza: ingegnere di giorno, studente di teatro di sera. «All’epoca lavoravo come ingegnere per tutta la giornata e studiavo recitazione la sera. Partecipavo anche alla realizzazione degli spettacoli: scenografie, costumi, oggetti di scena... Vivevo a un ritmo incessante.»
Ma la coesistenza di queste due vite finisce per lasciare un segno sul suo corpo, trasformandosi in un primo campanello d’allarme che lo conduce gradualmente verso una nuova direzione. «Questa doppia vita ha finito per avere conseguenze fisiche. Lo stress era diventato tale da provocarmi forti dolori allo stomaco. È stato allora che ho capito di non poter più andare avanti così.»
E aggiunge: «Poiché sapevo di non voler rinunciare al teatro, ho preso una decisione difficile: lasciare il mio impiego stabile da ingegnere per consacrarmi interamente al mio sogno.»
Un attore dedito ai suoi ruoli e al servizio della narrazione
Per Javier Martínez, recitare è molto più che interpretare: è abitare un personaggio. Come spiega lui stesso: «Abitare un personaggio va ben oltre il semplice interpretarlo. Significa offrirgli la mia voce, il mio corpo, il mio immaginario e tutta la mia gamma emotiva. Il mio obiettivo è fare in modo che lo spettatore possa sentire ciò che il personaggio prova, senza artifici».
Questo approccio alla recitazione non si limita però a seguire il copione, e Javier lo sa bene. Oltre a rispettare il testo e a immergersi nel personaggio, aggiunge infatti ulteriori tasselli alla sua costruzione. «Parto naturalmente dal testo, ma cerco sempre di andare oltre. Costruisco un intero universo attorno al personaggio: le sue paure, i suoi desideri, i suoi obiettivi, le sue ferite, le sue contraddizioni. Mi piace conferirgli ulteriori sfumature, una profondità che non si trova necessariamente nella sceneggiatura». Per Javier, il lavoro attoriale non si svolge soltanto sul palco o davanti alla macchina da presa, ma anche durante il processo di costruzione del personaggio.
Infine, come accade a molti interpreti, una parte di sé finisce inevitabilmente in ogni ruolo. Pur lasciando che questa componente influenzi la sua interpretazione, la tiene sempre sotto controllo per non allontanarsi mai dal suo obiettivo: «Non cerco di interpretare Javier; cerco di comprendere profondamente l'altro».
Quando gli chiediamo se si considera un attore istintivo o riflessivo, la sua risposta è semplice: «Entrambi». Secondo lui, infatti, il primo aspetto è inseparabile dal secondo, poiché «l'istinto è possibile solo quando si è preparato adeguatamente il terreno». E aggiunge: «Analizzo molto e costruisco meticolosamente il personaggio prima delle riprese o delle prove. Ma una volta sul set o sul palcoscenico, voglio essere libero. Voglio ascoltare il mio partner di scena, vivere realmente la situazione e lasciare spazio all'attimo presente».
Momenti di scena che lasciano il segno
Quando gli chiediamo quale sia il ricordo più bello vissuto sul palcoscenico o su un set, Javier risponde senza esitazione: «The Bodyguard (El Guardaespaldas), il musical.» Più che un ruolo memorabile, questo spettacolo ha rappresentato una vera svolta nel suo percorso artistico. «Interpretavo due personaggi radicalmente opposti: lo stalker e il protagonista. Questa dualità costituiva una sfida affascinante. La tournée che ci ha portati in tutta la Spagna è stata un'esperienza straordinaria.» Poi aggiunge, con evidente emozione: «Le canzoni di Whitney Houston, che ammiro profondamente, risuonavano ogni sera con un'intensità particolare.»
Più ancora che lasciare un segno attraverso un ruolo, ciò che Javier desidera è toccare chi guarda. «Ciò che conta per me è non lasciare mai lo spettatore indifferente.» Attraverso il suo lavoro e la sua interpretazione, ogni volta che sale sul palco o si trova davanti alla macchina da presa, persegue un unico obiettivo: «Che lo spettatore riesca a entrare in sintonia con il personaggio, ad attraversarne la storia e a percepire qualcosa di autentico.»
Trasmettere e suscitare emozioni è ciò che alimenta il suo lavoro e rappresenta, a suo avviso, la missione più alta dell'attore. Ogni volta che recita, ricerca lo stesso risultato: «Vorrei che chi entra in una sala cinematografica o in un teatro ne uscisse anche solo leggermente diverso. Seppure in modo impercettibile, se c'è stata un'emozione, una riflessione o semplicemente un movimento interiore, allora qualcosa è accaduto.»
Progetti in corso e prospettive future
ETUU: A quali progetti sta lavorando attualmente?
Javier Martínez: «In questo momento sono al Teatro de la Zarzuela di Madrid, dove prendo parte alla produzione di El Gato Montés, del compositore Manuel Penella, con la regia di Christof Loy. È un'avventura artistica entusiasmante, sostenuta da una squadra straordinaria. Parallelamente, porto avanti il lavoro quotidiano che questa professione richiede: casting, allenamento, formazione continua e preparazione dei progetti futuri.»
A proposito dello spettacolo, aggiunge: «È un'opera intensa, costruita attorno a un tragico triangolo amoroso. Preferisco conservarne una parte di mistero, ma si tratta di una storia sorretta da una musica magnifica e da fortissime tensioni drammatiche.»
ETUU: C'è un ruolo che non ha ancora avuto occasione di esplorare e che la attrae particolarmente?
Javier Martínez: «Senza alcun dubbio: la commedia. Nel corso della mia carriera mi è già capitato di cimentarmi con questo genere, ma il pubblico tende ad associarmi soprattutto a ruoli più drammatici. Eppure è un registro che amo profondamente. Mi piacerebbe avere l'opportunità di sviluppare maggiormente questa dimensione del mio lavoro, attraverso personaggi più estroversi, più esplosivi, capaci di esprimere le proprie emozioni in modo diretto. Il dramma richiede spesso una forte interiorità. La commedia, invece, mobilita un'energia diversa, più esteriore, ed è proprio questa prospettiva ad affascinarmi.»
C'è però un altro universo che lo attira. «Mi piacerebbe anche esplorare maggiormente il cinema d'azione. Partecipare a una grande produzione di questo tipo sarebbe un sogno. Senza pretendere di diventare James Bond, naturalmente, mi piacerebbe interpretare un personaggio immerso in quel mondo: intenso, fisico, ricco di tensioni drammatiche. Sono ruoli che offrono all'attore straordinari spazi di espressione.»
Javier Martínez e il cinema in un'immagine
Quando gli chiediamo quale immagine rappresenti meglio il suo rapporto con la settima arte, Javier non esita neppure un istante: «Una finestra aperta su altri mondi.» E spiega: «Ogni film ci permette di incontrare vite che non avremmo mai vissuto, di attraversare emozioni che forse non conosceremo mai nella nostra esistenza. Quando entro in una sala cinematografica, ho sempre l'impressione di accedere a uno spazio unico, dove tutto diventa possibile.»
Più che un viaggio attraverso mondi differenti, il cinema rappresenta per lui una forma di catarsi silenziosa. Apre un ventaglio di possibilità e lascia a ciascuno la libertà di accogliere ciò di cui ha bisogno. «È un luogo in cui si può ridere, soffrire, sognare, amare, viaggiare, comprendere gli altri e, talvolta, comprendere meglio sé stessi.»
Spazio privilegiato per l'espressione degli attori, il cinema è anche un luogo da abitare per gli spettatori, liberi di sentire, lasciarsi andare e accogliere l'emozione. «Il cinema è, prima di tutto, questo: una finestra aperta sull'emozione.»
Una certezza accompagna Javier Martínez: «Il mio prossimo grande ruolo è ancora davanti a me.» Una prospettiva che continua a spingerlo in avanti, alimentando il desiderio di lasciare la propria impronta nel mondo del cinema. L'attore basco conclude con parole che riflettono perfettamente la sua sensibilità artistica: «Finché riuscirò a suscitare un'emozione sincera in qualcuno, avrò la sensazione di essere esattamente al mio posto.»
Un soggetto di: Victoria di Cala (BC)
Co-scritto da: Cassandre Parent e Eva Bettale
Tradotto da: Federica Mignacca






