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Quando l’ascesa degli autodidatti scuote il concetto stesso di merito

  • Immagine del redattore: Victoria Di Cala (BD)
    Victoria Di Cala (BD)
  • 10 mar
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 15 mar


Quand lʼascension de certains autodidactes bouscule lʼidée de mérite

In molte piccole e medie imprese, dirigenti privi di un alto titolo di studio riescono a generare fatturati impressionanti, talvolta superiori ai redditi di professioni altamente qualificate come architetti, ingegneri o ricercatori universitari. Questo successo economico degli autodidatti mette in discussione il legame tra titolo di studio, competenza reale e riconoscimento sociale, alimentando un profondo senso di ingiustizia in chi ha investito anni in lunghi percorsi accademici senza raggiungere la stessa posizione.


Per molti dipendenti, il disagio non nasce solo dal divario retributivo, ma anche dallo scarto tra il livello di istruzione del datore di lavoro e la qualità della governance che impone ogni giorno. Laddove ci si aspettava di essere guidati da responsabili formati in management, comunicazione interna o diritto del lavoro, ci si ritrova spesso davanti a dirigenti improvvisati, mossi più dall’intuito commerciale che da una vera cultura della gestione strutturata.


Dalla scalata sociale al sentimento di “kakistocrazia”

Il termine “kakistocrazia” indica un sistema in cui il potere è esercitato dai meno competenti – o addirittura dai peggiori – dal punto di vista delle capacità o della probità. Senza estendere il concetto all’intera società, alcuni ambienti di lavoro danno l’impressione di funzionare proprio così: coloro che prendono le decisioni sono talvolta gli stessi che meno padroneggiano la riflessione strategica, la psicologia dei team o le dimensioni umane dell’impresa.

In questi contesti, le testimonianze dei dipendenti rivelano situazioni ricorrenti: assenza di procedure chiare, decisioni impulsive, confusione tra autorità e autoritarismo, incapacità di delegare e diffidenza verso chi è percepito come “troppo” qualificato o critico. Il potere si basa allora meno sulla competenza dimostrata che sulla mera detenzione del capitale economico e giuridico dell’azienda, rafforzando l’impressione di una gerarchia capovolta in cui i più fragili devono sopportare gli errori dei più forti.


Diploma, management e competenze reali

Sarebbe tuttavia semplicistico contrapporre meccanicamente gli autodidatti come “cattivi manager” e i laureati come “buoni gestori”. Esistono dirigenti senza titolo accademico dotati di intelligenza pratica, grande capacità di ascolto e un forte senso di responsabilità, così come esistono quadri con brillanti titoli di studio incapaci di gestire un conflitto di squadra o di prendere una decisione chiara.

Il problema emerge soprattutto quando il successo economico viene confuso con una superiorità globale: alcuni imprenditori finiscono per ritenersi legittimati su ogni argomento, convinti che, poiché la loro azienda funziona e i numeri di vendita sono positivi, tutto ciò che pensano sia giusto. Questo slittamento può portare a disprezzare il contributo degli esperti – giuristi, psicologi del lavoro, professionisti delle risorse umane, ingegneri – e a rifiutare qualsiasi forma di autocritica, generando un management fondato sull’ego più che sull’apprendimento continuo.


La cultura della formazione manageriale, grande assente

Una delle carenze più evidenti in queste situazioni è l’assenza di una vera cultura della formazione manageriale. Molti dirigenti autodidatti imparano “sul campo”, per tentativi ed errori, talvolta a spese dei propri dipendenti: sovraccarico cronico di lavoro, comunicazione aggressiva, obiettivi irrealistici, incertezza sui diritti e doveri di ciascuno.

In alcune strutture, i lavoratori descrivono un sentimento di “improvvisazione permanente”: nessuna scheda di ruolo, nessun colloquio annuale serio, poca trasparenza sugli stipendi e strumenti quasi inesistenti per gestire lo stress o prevenire i rischi psicosociali. Questa mancanza di metodo alimenta un clima ansiogeno, in cui il potere del dirigente appare arbitrario, rafforzando l’impressione di una kakistocrazia locale.


I laureati relegati: un’élite intellettuale invisibile

Di fronte a questi autodidatti onnipotenti, un’altra categoria si sente marginalizzata: quella dei laureati costretti a svolgere lavori ben lontani dal loro livello di qualificazione o competenza intellettuale. Architetti alla cassa, giuristi diventati corrieri, laureati in scienze politiche impiegati in mansioni esecutive — tutti condividono la sensazione che la società valorizzi più il capitale economico che l’expertise culturale o intellettuale.

Questi profili possiedono spesso un grande capitale culturale, una spiccata capacità analitica e una sensibilità ai temi sociali, ma mancano della leva finanziaria per incidere realmente nelle decisioni. Il divario tra il loro livello di riflessione e la posizione sociale effettiva è vissuto come un declassamento, aggravato dal fatto che, talvolta, dipendono dall’autorità di dirigenti molto meno formati di loro.


Verso una distinzione più chiara delle élite?

Una linea di riflessione utile potrebbe essere quella di distinguere esplicitamente diverse forme di “élite”: l’élite economica (ricchezza, capitale), l’élite intellettuale (sapere, creatività), l’élite tecnica (competenza operativa) e l’élite morale (senso di responsabilità e integrità). Una chiarificazione di questo tipo permetterebbe di riconoscere che un imprenditore di successo non è automaticamente un punto di riferimento intellettuale o etico, così come uno studioso brillante non è necessariamente un buon gestore di squadra.

Nel dibattito pubblico, l’attuale confusione alimenta le tensioni: il successo finanziario viene spesso presentato come la prova assoluta del valore di una persona, cancellando la complessità delle competenze e dei contributi possibili. Restituire valore al sapere e alla qualità della leadership, al di là del mero fatturato, sarebbe un passo importante per attenuare il sentimento di kakistocrazia che molti lavoratori provano.


Cosa rivela questo malessere

In fondo, la critica verso i dirigenti autodidatti che “non sanno gestire” non nasce da un rifiuto dell’ascesa sociale, ma dall’esigenza di competenza e rispetto nell’esercizio del potere. Che un imprenditore sia laureato o meno conta meno della sua capacità di imparare, ascoltare, formarsi e riconoscere le competenze altrui.

La sfida è uscire da una logica in cui il possesso del capitale economico basta a legittimare ogni comportamento e ogni decisione. Senza questo cambiamento, il divario resterà profondo tra chi esercita il potere ai vertici delle organizzazioni e chi, sul campo, ne subisce ogni giorno le conseguenze.


E voi, che sguardo avete su questa realtà?

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